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Dott. Lorenzo Corsi 349.67.00.453
Tantissimi fattori rendono possibile il contagio di SARS-coV2 e lo svilupparsi della malattia  respiratoria COVID-19. Molti di questi elementi non sono sottoposti alla nostra capacità di  controllo, conviene quindi far convergere le nostre energie su quelle componenti che  possiamo modificare e che possono eventualmente incidere positivamente nella risposta che  ognuno di noi metterà in atto dopo un eventuale contagio, fatto altamente probabile nei  prossimi 12-18 mesi. Il metabolismo e l'immunità sono strettamente collegati. Sia l'eccesso alimentare che la  carenza di nutrienti hanno delle ripercussioni sulla funzionalità del sistema immunitario. La  malnutrizione per difetto può sopprimere la risposta immunitaria e aumentare la  suscettibilità alle infezioni. L'obesità è invece associata a uno stato di attività immunitaria  aberrante e all'aumento del rischio di malattie infiammatorie. Pertanto, correggere  l’alimentazione per renderla adeguata alle nostre esigenze è essenziale per rendere  efficiente e funzionale il nostro sistema immunitario. Le attuali politiche di distanziamento sociale servono solo a ridurre la probabilità di  infezione e le dichiarazioni degli esperti fanno pensare che nei prossimi mesi assisteremo, se si mantengono alcuni comportamenti virtuosi, alla riduzione della frequenza di contagio e di  conseguenza a quella dei decessi. Ma questo non significa che in futuro non ci saranno più  ammalati COVID-19. Moltissime persone alla “fine” di questa prima fase (sono infatti  probabili nuove "ondate" con dinamiche diverse da regione a regione) non avranno ancora  avuto alcun contatto con il virus e se non si troveranno rimedi certi per arrestare la sua  diffusione, continuerà a fare il suo “lavoro”. Considerando che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), comunica che al momento e sulla  base dei dati preliminari, nessun farmaco ha ancora dimostrato la sua efficacia nel  trattamento del COVID-19 e visto che si stima che potrebbe essere necessario almeno un  anno prima che un vaccino sia pronto per essere approvato e disponibile, sembra ragionevole  rivolgere, quando possibile, la nostra attenzione verso quei fattori noti, che condizionano la  nostra suscettibilità all’azione virale e che sono collegati alla nostra alimentazione.  Chi scrive non vuole indurre a credere che mangiando in un certo modo anziché in un altro,  assumere un alimento specifico o un determinato integratore si acquisisca una particolare  protezione o si diventi immune dal contagio e dalle sue complicanze, ma solo ribadire con  forza che ci sono sufficienti dati in letteratura scientifica per sostenere che un buon stato di  nutrizione può aiutarci anche in questa situazione.  Il Center for disease Control and Prevention (CDC), riporta sul suo sito, che le persone  maggiormente a rischio per malattie gravi da COVID-19 sono soggetti con malattie polmonari  croniche, asma e gravi problemi cardiaci o persone obese, con diabete, insufficienza renale  o malattie del fegato.  L’OMS ricorda che le persone con una preesistente condizione di malattie cardiovascolari, chi  soffre di malattie respiratorie croniche, diabete o Cancro appaiono essere più vulnerabili ad  ammalarsi a causa del coronavirus. Il sito dell’Ospedale San Raffaele riporta che “Tra le categorie di malati cronici in assoluto  più a rischio di sviluppare forme gravi di COVID 19 – e che quindi devono essere  particolarmente attenti a proteggersi dal virus – ci sono i cardiopatici, gli ipertesi e in  generale le persone con preesistenti malattie cardiovascolari...... La scarsa capacità dei  polmoni, intaccati dal virus, di ossigenare il sangue ha infatti come diretta conseguenza un  carico di lavoro superiore per il cuore, a cui viene chiesto di pomparne di più e più  velocemente. Inoltre, non si può escludere che l’infezione virale causi un danno diretto alle  cellule del cuore, come è stato già dimostrato nel caso di infezione da altri tipi di  coronavirus. Infine, la stessa risposta infiammatoria innescata da SARS-CoV-2 potrebbe avere degli effetti dannosi sul miocardio”. Da non sottovalutare il legame tra obesità centrale (grasso localizzato prevalentemente  nell’addome) e le difficoltà respiratorie. Il tessuto adiposo in eccesso può ostacolare il  funzionamento del cuore e dei muscoli che permettono la respirazione. Il grasso addominale  limita il corretto movimento del diaframma e quello accumulato nella zona del torace  comprime le alte vie respiratorie. Più è grave lo stato di sovrappeso, maggiori sono le  difficoltà respiratorie. La riduzione dell’efficacia respiratoria, soprattutto in posizione  supina, comporta la riduzione della quantità di aria circolante nei polmoni, causando una  riduzione dei livelli di ossigeno nel sangue (ipossiemia) e un aumento dei livelli di anidride  carbonica (ipercapnia) e il fenomeno delle apnee notturne.  In generale le condizioni legate all'obesità sembrano peggiorare l'effetto di COVID-19; le  persone con obesità che si ammalano e che richiedono cure intensive presentano maggiori  difficoltà nella loro gestione poiché è più difficile intubare questi pazienti e può essere più  difficile eseguire una diagnosi per immagini (poiché ci sono limiti di peso sui macchinari ed i  pazienti sono più difficile da posizionare e trasportare da parte del personale  infermieristico). Anche se letti speciali e attrezzature di posizionamento e trasporto sono  disponibili nelle unità ospedaliere specializzate, potrebbero non essere ampiamente  disponibili in tutti gli ospedali.  In Italia, al 6 aprile 2020, sono decedute 14.860 persone con COVID-19 e che le più comuni  patologie croniche preesistenti (diagnosticate prima di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2)  nei pazienti (dato disponibile per 1290 decessi) sono: l'ipertensione arteriosa (911 persone  pari al 70,6% del campione), il diabete mellito tipo 2 (409 persone pari al 31,7% del  campione), l’insufficienza renale cronica (298 persone pari a 23,1% dei casi) e la fibrillazione  atriale (249 persone pari al 22,6% del campione).  Tutte le condizioni suddette sono in qualche modo collegate all'eccesso di peso e in alcuni  casi fortemente dipendenti dal grasso addominale, tratto caratteristico della sindrome  metabolica che è “un quadro clinico complesso, determinato dalla presenza simultanea di  tre condizioni: diabete, pressione alta e obesità. Poiché ognuna di queste condizioni,  considerate singolarmente, è un fattore di rischio riconosciuto per cuore e vasi sanguigni, la  loro combinazione aumenta in modo significativo la probabilità di essere colpiti da problemi  cardiaci, ictus e altri disturbi vascolari”. Una delle complicanze più comuni dell’obesità viscerale è la resistenza all’insulina,  fenomeno che porta all’incapacità di questo ormone di svolgere molte delle sue funzioni.  L'espansione del grasso viscerale causa ipertrofia delle cellule del tessuto adiposo, processo  che porta al rilascio di acidi grassi e di sostanze pro-infiammatorie nel sangue. Queste  molecole raggiungono il fegato dove inducono infiammazione e accumulo di grasso. Nel  muscolo la riduzione dell’assorbimento del glucosio che ne consegue, si manifesta con un  aumento della glicemia che stimola il pancreas a produrre più insulina per rispondere a tale  situazione. Questa sovrapproduzione di insulina (che comunque è molto dannosa per la  salute) è, almeno per un certo periodo, in grado di mantenere nella norma il livello di  glucosio. Tuttavia, nel lungo periodo, in alcuni individui, tale risposta compensativa del  pancreas viene meno e l’esito finale è il diabete (prima della diagnosi possono trascorrere  anni con glicemia normale ed elevati livelli di insulina nel sangue). Questa progressione, da  una condizione di salute ad una di malattia, non è ineluttabile.  Alla luce di queste osservazioni e visto che la riduzione del peso, attraverso una  alimentazione equilibrata, è il primo atto da adottare in questi casi, sembra sensato invitare  le persone a porre una particolare attenzione alla propria alimentazione per evitare di  aumentare di peso o, se possibile, per intraprendere un percorso per la sua riduzione. Le diverse agenzie governative e non, ci ricordano il ruolo dell’alimentazione come fattore  di protezione, ma il messaggio a volte non è sufficientemente incisivo e la maggior parte  delle persone continuano a pensare (anche molti professionisti del settore) ad una relazione  di causa-effetto fra i singoli nutrienti e lo stato di salute, perdendo di vista la dimensione  sistemica degli organismi viventi e il ruolo dell’alimentazione nel suo complesso.  La prevenzione e il controllo della sindrome metabolica e di conseguenza la riduzione dei  numerosi rischi associati, consiste essenzialmente nel cambiamento dello stile di vita,  finalizzato alla riduzione del sovrappeso e del grasso addominale. Conviene quindi  adoperarci da subito per mettere in atto tutti quei comportamenti che possono ridurre da  una parte, la probabilità di contagio e dall'altra elevare la nostra capacità di risposta ad un  eventuale insulto virale.  Marina di Carrara 18 aprile 2020 Fonti (Report Covid-19 ISS) https://www.worldobesity.org/news/statement-coronavirus-covid-19-obesity https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/specific-groups/people-at-higher-risk.html https://www.hsr.it/news/2020/marzo/coronavirus-cardiopatie-ipertensione http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4375 https://www.who.int/who-documents-detail/covid-19-and-ncds https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/s/sindrome-metabolica#prevenzione https://www.eatright.org/health/wellness/heart-and-cardiovascular-health/3-steps-to-help-combat-metabolic-syndrome Per tutti i siti l’accesso è stato fatto il 3 aprile 2020

COVID-19: Fattori di rischio collegati al cibo

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